Conferenza stampa di presentazione della Conferenza Internazionale Biological Evolution. Facts and Theories. A Critical Appraisal 150 years after “The Origin of Species” - 10/02/2009

 

Intervento prof. D. Giuseppe Tanzella Nitti

È mio compito offrire alcuni commenti sull’interesse della comunità teologica verso il Convegno Biological Evolution: Facts and Theories, ovvero, per essere più espliciti, perché la teologia prende sul serio il pensiero scientifico in merito a questioni circa l’origine della vita e dell’uomo, come questa viene interpretata dalle diverse teorie dell’evoluzione. In linea generale, che la teologia sia interessata al rapporto fra fede e ragione è fuori di dubbio. Ed è anche fuori di dubbio che la teologia cristiana e il pensiero scientifico — al di là di singoli episodi, inevitabili in una storia lunga 20 secoli — abbiano sempre avuto feconde interazioni e reciproci sviluppi, di cui la storia ci presenta testimonianze numerose ed eloquenti. Tuttavia, il tema su cui oggi si chiede un commento è più specifico di quanto non dicano questi rapporti, importanti ma generali, ed è per certi versi più delicato.

La gente comune, infatti, per la quale il racconto biblico della creazione rappresenta ancora in larga parte l’orizzonte di comprensione dell’origine naturale del mondo e della vita, uomo compreso, desidera capire se e in quale misura l’idea di una evoluzione biologica sia compatibile con la visione trasmessa dalla Sacra Scrittura. Personalmente vedo con molto favore che si parli di questi temi perché essi riportano al centro dell’attenzione del grande pubblico i grandi temi dell’esistenza, le domande sull’origine e sul fine, domande che non possono non appassionare tutti, tanto lo studioso come l’uomo della strada.

Esiste una tradizione teologica piuttosto consolidata in grado di comporre la nozione di creazione con l’idea di un mondo che si sviluppi nel tempo e nella storia, un mondo dove sono possibili eventi che noi chiamiamo casuali, ma dove avvengono anche catastrofi, estinzioni, ed esiste un certo antagonismo fra le specie. Le prime riflessioni finalizzate a spiegare questa compatibilità cominciano già con sant’Agostino. Il Vescovo di Ippona non conosceva il termine evoluzione, ma sapeva che il pesce grande mangia il pesce più piccolo e che le forme della vita erano andate incontro a lente trasformazioni nel tempo. Con lui altri Padri della Chiesa, e poi autori come san Tommaso d’Aquino, John Henry Newman, o in epoca a noi prossima Pio XII e Giovanni Paolo II, hanno già fornito chiarimenti teologici significativi, ciascuno con il linguaggio proprio del suo tempo. Dalla prospettiva della teologia cristiana, evoluzione biologica e creazione non si escludono affatto: potremmo infatti affermare — considerando il termine evoluzione nel suo significato più ampio, senza riferimento ad uno o più specifici meccanismi evolutivi, ma inteso come progressiva diversificazione, organizzazione e complessificazione della morfologia dei viventi — che l'evoluzione è in fondo il modo con cui Dio crea.

Affermare che il rapporto fra creazione ed evoluzione sia stato già composto dalla teologia, in particolare da quella di tradizione cattolica, non vuol dire però che questo argomento sia privo di interesse. Tutt’altro. Al teologo serve infatti una conoscenza dei dati scientifici recenti per saper distinguere, nel dibattito culturale contemporaneo, quali visioni della vita e dell’uomo rispondono a risultati acquisiti e quali, invece, possono essere facilmente preda di estrapolazioni o perfino di ideologie, che usano le scienze in modo strumentale e riduttivo, spesso contro il comune sentire di buona parte della stessa comunità scientifica. Proprio in merito alla prospettiva evolutiva, un simile impiego delle scienze è avvenuto in passato con il materialismo storico, che volle fondare una dialettica della natura su una visione del mondo fisico e della vita non rispondente ai dati scientifici, ma in linea con le proprie finalità di propaganda. Non v’è dubbio che un convegno come quello che viene oggi presentato, Biological Evolution: Facts and Theories, offrirà alla teologia, e non solo alla teologia, dati e risultati importanti per operare questo discernimento.

La teologia è anche interessata ai possibili meccanismi che hanno determinato l’evoluzione. Se è vero che l’evoluzione biologica è certamente un fatto, gli aspetti da chiarire riguardano le cause che l’hanno determinata. È dovuta unicamente alla selezione naturale (sopravvivenza del più adatto) oppure dipende dall’esplicarsi di funzioni e di processi interni ai viventi? Dipende solo da errori di trascrizione nella trasmissione del DNA oppure dall’attivazione di porzioni del codice genetico che fino a poco tempo fa i biologi ritenevano ridondanti? Quale ruolo ha nell’evoluzione il progressivo strutturarsi morfologico dei viventi per ottimizzare la loro nutrizione o l’adattamento all’ambiente? Per la sopravvivenza e il ricco diversificarsi della vita è fondamentale solo la competizione o gioca un ruolo importante anche la reciproca cooperazione fra le specie? Non di rado alcuni meccanismi, piuttosto che altri, sono stati impiegati per contrastare la visione di un mondo in cui agiscono finalismo e progettualità, come è certamente quella di un mondo voluto e creato da Dio. Conoscerli meglio aiuta la teologia a capire cosa, a partire da essi, si potrebbe dedurre sul piano filosofico, e può suggerirle quali strategie oggi impiegare per continuare a comporre creazione ed evoluzione nel contesto della scienza del nostro tempo.

L’interesse della teologia per l’evoluzione biologica cresce, evidentemente, quando si ha a che fare con le origini dell’uomo. Se la lenta trasformazione della vita a partire da forme semplici ed elementari verso forme sempre più complesse e funzionalmente più progredite, grazie alla paziente opera dell’evoluzione biologica lungo i millenni, è un fatto, non va dimenticato che è anche un fatto che l’essere umano si trovi alla sommità di questo lungo sviluppo, quasi ad indicare che la nostra specie, proprio come ci insegna la Rivelazione biblica, giunge a coronare uno scopo inteso fin dall’inizio. Per quanto simpatici e incantevoli ci risultino gli altri animali, con i quali condividiamo la maggior parte della nostra morfologia e, nel caso degli scimpanzé, oltre il 97% del nostro patrimonio genetico, noi esseri umani restiamo unici sul panorama biologico del nostro pianeta. La posizione eretta, il linguaggio, e soprattutto la consapevolezza di sé, la cultura e il progresso tecnico-scientifico restano prerogative riscontrate solo nel genere umano. Come lo è anche la sua religiosità… Ricostruire questa storia grazie al contributo delle scienze è un’impresa appassionante, perché è la ricostruzione della nostra storia. Per la teologia conoscere questa storia è importante perché le consente di interpretare meglio la Scrittura e di individuare le linee di sviluppo del dogma. Essa propone così al Magistero della Chiesa nuove sintesi che, come avvenuto in passato, possono rendere l’insegnamento dogmatico della Chiesa più intelligibile agli uomini e alla cultura del suo tempo (cfr. Concilio Vaticano II: Gaudium et spes, n. 62).

Al tempo stesso, va ricordato, con il Catechismo della Chiesa Cattolica, che «non si tratta soltanto di sapere quando e come sia sorto materialmente il cosmo, né quando sia apparso l'uomo, quanto piuttosto di scoprire quale sia il senso di tale origine» (CCC, 284). Per questo motivo, ritengo che, come tali, nessuno dei meccanismi evolutivi si oppone all’affermazione che Dio abbia voluto, cioè creato, l’uomo. Non vi si oppone nemmeno l’aleatorietà di tanti eventi accaduti lungo il lento sviluppo della vita, purché il ricorso al caso resti una semplice lettura scientifica dei fenomeni, incapace di negare la sfera dei fini. Dal punto di vista scientifico, infatti, non avrebbe senso interrogarsi se a "guidare" l’evoluzione sia stato il cieco gioco del caso o l’esistenza di un finalismo. Chi potrebbe negare, ad esempio, che anche ciò che ai nostri occhi appare come puro gioco d’azzardo non segua lo scopo nascosto di chi possiede tutte le regole del gioco, cioè di un Creatore? Solo quando l’aleatorietà o l’indeterminismo di un fenomeno naturale vengono trasformati in un apriori filosofico, sostenendo che nel mondo non c’è alcuna progettualità, né avrebbe senso cercare nell’evoluzione alcun significato voluto da un Creatore, solo allora può sorgere un apparente ma fallace contrasto fra scienza e teologia.

Concludo con due brevi e osservazioni. In primo luogo mi auguro che le scienze naturali siano impiegate sempre più dalla teologia come una risorsa positiva di conoscenze, e non viste solo come una fonte di guai. Come la teologia ha già imparato ad usare i risultati fornitigli dalla storia, dall’ermeneutica, dalla psicologia, crescendo in profondità e in rigore scientifico, così è chiamata a prendere sul serio anche i risultati certi delle scienze, giovandosene per il suo lavoro e il suo servizio alla verità. In secondo luogo, ritengo che l’idea di evoluzione stia di casa nella teologia cristiana. La Rivelazione ebraico-cristiana ci insegna infatti che la storia ha un inizio, ha un fine ed incarna un significato — e noi sappiamo che affinché il cosmo e la vita evolvano è necessaria una quantità positiva di informazione. Non credo sia possibile un’evoluzione biologica in un mondo materialista, senza informazione, senza direzione, senza progetto. In un mondo creato, il compito della teologia è proprio parlarci della natura e del senso di questa informazione, del logos, in definitiva, che, come ama ripetere Benedetto XVI, è la ragione increata fondamento di tutte le cose e della storia, logos che ci è venuto incontro nel volto di Gesù Cristo. È questa, in sostanza, l’informazione più importante, che tutti, scienziati o teologi, siamo interessati a conoscere.

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